domenica 6 maggio 2007

Gli Esercizi 2

Una considerazione riguardo agli esercizi è comprenderne il fine.
Fare un esercizio non è lo scopo del Lavoro, essi sono lo strumento attraverso il quale ci rinforziamo intenzionalmente in una data area.
Gurdjieff da molta importanza all'idea che, quando facciamo un esercizio dobbiamo concetrarci completamente su di esso, dobbiamo dimenticare tutto il resto. Questa "concentrazione" (non identificazione) ci aiuta a vedere ed analizzare in maniera specifica il soggetto del nostro esercizio. Possiamo figurarci questa idea come lo sforzo di esercitare una parte per renderla più forte, esattamente come in palestra rinforziamo i muscoli con esercizi specifici.
Lo scopo degli esercizi è quello di rendere più forte una parte di noi che adesso non siamo in grado di usare, e permetterle di iniziare ad apparire e a lavorare nella nostra vita quotidiana.
Così con il, tempo di fronte agli stessi stimoli impariamo a ragire in maniera differente, e nel tempo, a essere presenti ad essi. Attraverso la presenza possiamo osservare a quello su cui individualmente dobbiamo lavorare, e creare così eserizi specifici per il nostro lavoro.

sabato 5 maggio 2007

Gli Esercizi

Gli esercizi sono uno strumento fondamentale del lavoro su di se, attraverso di essi possiamo rinforzare differenti aspetti del nostro essere e costruire la nostra vera personalità.
E' chiaro se prendiamo un esempio: se desidero imparare a ballare devo iniziare a fare determinati esercizi per rinforzare le parti del corpo che in futuro dovrò educare per poter ballare e realizzare le coreografie che desidero interpretare.
Gli esercizi svolgono proprio questa funzione, sono creati e usati per assolvere un fine preciso, aiutare a formare, rinforzare e armonizzare delle parti specifiche.
Questo ci fa comprendere il perché gli esercizi devono essere specifici, dobbiamo sapere il perché di quello che stiamo facendo, se sono vaghi non porteranno da nessuna parte e non potranno generare la necessaria energia per permetterci di mantenere lo scopo che ci siamo prefissi.
Questo introduce l'idea dell'atteggiamento nei confronti degli esercizi. E' importante avere un desiderio abbastanza forte o, come Gurdjieff dice, la necessità del proprio autoperfezionamento perché qualcosa di reale accada. Per tornare all'esempio della danza, se il mio desiderio di danzare è solo per svolgere una qualunque attività che tenga attivo il mio corpo provato dalle lunghe ore di lavoro passate in ufficio, allora la mia determinazione a fare degli sforzi sarà minore; se il mio insegnante mi chiede di tronare per un giorno in più a lezione o di fare esercizi tutti i giorni, probabilmente dopo un certo periodo lascerò le lezioni e cercherò qualcuno che spinga meno. Se invece il mio desiderio è quello di diventare un ballerino, allora sarò disponibile a fare esercizi ogni giorno per molte ore la giorno, e ogni nuova possibilità, ogni cosa che può accrescere la mia preparazione sarà ben accetta.
Questo esempio ci aiuta a puntualizzare il differente atteggiamento di fronte all'idea di lavorare su di Sé. Chiunque abbia mai avuto questo desiderio deve domandarsi se questo è un lazzo o una necessità; quanto e come è disposto a lavorare su di sé è la principale riposta a questa domanda, ed è una risposta pratica che si esprime in una lavoro reale, non in un semplice "parlare" di quanto il lavoro sia importante.
Quest'ultima idea evoca un pensiero associativo riguardo al finto lavoro. Molti "finti" maestri si impossesano di questa idea del "super sforzo" e del "donarsi al lavoro" come strumento di dominio sui loro allievi. Intimandoli di non fermarsi nello sforzo e di donarsi completamente al lavoro portano, coloro che sinceramente credono e cercano consiglio, a servire gli scopi del maestro e a soddisfare le sue necessità. Purtroppo questi "maestri" non vogliono l'evoluzione dei loro allievi, e spesso nemmeno se ne rendono conto. E' importante, per ogni persona che abbia la necessità di lavorare su di Sé, di non dimenticarsi che il risultato del lavoro deve essere un miglioramento concreato espresso da una maggiore capacità di vivere consapevolmente il proporio mondo interiore. Nessuna "cieca" forzatura rappresenta il Lavoro, in ogni richiesta di fare un sforzo per il raggiungimento di un fine l'individuo deve essere lasciato libero di scegliere, quando viene forzato anche in maniera indiretta da un ambiente condizionato dal dominio femminile, il risultato del "Lavoro" non sarà mai completamente frutto e proprietà di chi ha fatto lo sforzo, è per questo che organizzazioni squilibrate hanno la tendenza a creare persone identificate con l'organizzazione e la sua appartenenza piuttosto che individui indipendenti e in grado di trasmettere il melgio di loro, solo perché sono individui migliori.
Tornando agli esercizi, è importante sapere a cosa servono e cosa vogliamo sviluppare usandoli, vi sono differenti serie di esercizi che possiamo usare e approfondire: emozionali, istintivi, motori, di percezione di sé e ricordo. Ogni persona deve poi, con il tempo, e grazie alla conoscenza di se diventare più percettiva rigurado alle parti di se che vuole scoprire e su cui desidera lavorare.
Con questo arrivo alla fine; un esercizio per essere reputato un buon esercizio non deve essere semplice e non dobbiamo essere in grado di farlo semplicemente. Se un esercizio che mi sono dato o che mi è stato dato sono in grado di farlo senza problemi, se non genera nessuna dificoltà probabilmente non è quello che mi serve in quel momento, possso forse usarlo come strumento di ricordo, ma perché un esercizio porti dei risultati deve esserci un lavoro di apprendimento, devo imparare a fare degli sforzi che prima non facevo, le difficoltà e l'atteggimento di fronte alla frizione di fare qualcosa che non so fare è esattamente ciò che fa la differenza nel lavoro. Chi ha la necessità di lavorare su di Sé e ha compreso la sua condizione e potenzialità sarà ben lieto, per quanto difficile possa essere, di sforzarsi per raggiungere il fine che si è preposto, ma chi in realtà non ha una reale necessità di crescita inizierà a trovare scuse e respingenti per aggirare lo sforzo degli esercizi. Non c'é nulla di male in questo, è importante sapere cosa vogliamo e su cosa ci inganniamo, ogni individuo segue quello che è, e cambiare richiede qualcosa che non può e non deve essere imposto. Chi veramente desidera qualcosa per sé, chi è un "vero egoista", non si identifica con gli altri in base quello che sono, ma pensa e come crescere e dare il meglio di sé in ogni circostanza.

giovedì 5 aprile 2007

...Continuò dicendo che la vita era una "spada a doppio taglio". Nel tuo paese, pensate che la vita sia solo per il piacere. C'è un detto nel tuo paese: "la ricerca della felicità" e questo detto dimostra che la gente non comprende la vita. La felicità è niente, è solo l'altro lato dell'infelicità. Ma nel tuo paese, e ora in quasi tutto il mondo, la gente vuole solo la felicità. Anche altre cose sono importanti: soffrire è importante perché fa pure parte della vita, una parte necessaria. Senza soffrire non si può crescere, ma quando si soffre, si pensa solo a se stessi, ci si sente dispiaciuti per se stessi, si desidera non soffrire perché questo non fa sentire bene, fa desiderare di fuggire dalla cosa che ci fa star male. Quando si soffre, si prova solo autocommiserazione. Non è così se sei un vero uomo. Il vero uomo sente anche la felicità a volte, la felicità vera; ma quando serve la vera sofferenza, non cerca dentro di sé di fermarla. Si deve soffrire per conoscere la verità su se stessi; si deve imparare a soffrire volendolo. Quando all'uomo arriva la sofferenza, deve farne una sofferenza intenzionale, deve sentirla con tutto il suo essere; deve volere che tale sofferenza lo aiuti a diventare consapevole; lo aiuti a comprendere.
La Rasatura del Prato e la costruzione del Se - Fritx Peters

Questa frase di Gurdjieff è molto significativa per chi lavora con il sistema dela Quarta Via. Spesso il concetto di sofferenza volontaria viene interpretato in maniera più affine alla via del fachiro che a quella dell'uomo astuto (quarta via).
Dal testo sopra risulta chiaro che il concetto di soferenza volontaria è legato al modo con cui affrontiamo le difficotà che incontriamo e non all'idea masochistia di infliggersi del male, emozionale o istintivo che sia. La tendenza dell'uomo, alimenata dal suo pensiero formatorio, e quella di rifuggire la sofferenza a causa del "dolore" che genera, del disagio che porta con se.
Il principio del lavoro è che, quando abbiamo un momento di "reale" dificoltà è attraverso la sua accettazione intenzionale e attraveso la possibilità di vivere questa esperienza in maniera più completa, che possiamo avere accesso ad una nuova conoscenza di noi stessi indispensabile al fine di poter conoscere diverse parti di noi.
Dobbiamo cnoscere noi stessi al fine di poter essere cosapevoli di noi stessi, e durante un momento di dificoltà e di sofferenza possiamo osservare quale epressione di noi stessi è in disaccordo con la realtà che ci circonda.
La sofferenza è generata nel momento in cui siamo in disarmonia con quello che ci circonda, questa disarmonia causata da mancanza di comprensione genera una sorta di cacofinia interiore che si manifesta in una mancanza di utilizzo delle enerige (ptenzialità) del momento. Queste energie devono essere eliminate, e questo avviene attraverso la sofferenza che può sfociare nell'espressione di negatività. Vi sono molte differenti sfaccettature in questa condizione, in questo post mi limito a delineare le linee di base di questa idea.
Ad esempio se mi aspetto una reazione da una persona e quesa non avviene come mi sono immaginato, provo un senso di frustrazione o di rabbia, e, solitamene, inizio a giudicare o a lamentarmi dell'accaduto, trovo giustificazioni che avvalorano il mio pensiero e danno senso alla mia frustrazione, fino a che, con il passare del tempo non ci penso più e continuo la mia vita, nel migliore dei casi. Questo esempio mostra un tipico momento di sofferenza. Se attraverso il lavoro imparo ad osservare e ad usare questo momento posso vedere: gli Io irreali che hano generato le aspettative, l'incapacità di gestire il mio centro emozionale, la non presa di coscienza della realtà in cui mi trovo in quel momento, l'atto di distruzione innescato dal mio giudizio. Solo questa piccola descrizione mostra il perché siamo così refrattari ad usare la sofferenza; se dovessimo vedere quello di ci ho scritto sopra la prima reazione sarebbe: si vabbé allora è solo colpa mia...
Beh il lavoro ci mostra quanto siamo sbilanciati e quando dobiamo fare per divenire padroni di noi stessi, ma siamo troppo pigri per rimboccarci le maniche ed assumerci sulle nostre spalle la responsabilità della nostra evoluzione.
Lavorare con la sofferenza è impegnativo richide grandi sforzi e umiltà, anche se comunque rappresenta la migliore terza forza per fare si che il desiderio di cambiamento diventi una necessità. Quando soffriamo c'è qualcosa di meccanico che vole uscire da questo stato, se lo impariamo ad usare intenzionalmente (sofferenza volontaria appunto) per i nostri scopi possiamo deviare l'ottava e renderla ascendente.

venerdì 16 marzo 2007

Il lavoro è graduale.

Dobbiamo imparare a lavorare gradualmente, prima dobbiamo conoscere le diverse idee del sistema per poi scoprire le differenti parti che agiscono di noi.
All'inizio è sufficiente restare collegati alle idee, cercare di approfondirle intellettualmente, lasciare andare il pensiero associativo collegato ad esse, in questo modo iniziamo a renderle parte del nostro pensare attivo. Questo non è ancora fare il lavoro, è una fase preparatoria; di studio e familiarizzazione con le idee. E' importante in questa fase cercare di ricollegarle a quante più manifestazioni e situazioni ci circondano, non devono rimanere solamente nel mondo delle "possibilità", ma devono confrontarsi con la nostra vita quotidiana. Se riusciamo a vedere il senso delle idee dl sistema a livello della realtà che ci circonda questo ci aiuterà a creare la necessaria terza forza per le fasi successive del lavoro.
In realtà quanto più si lavora tanto è più possibile lavorare e tanto più ci è richiesto nel lavoro.
La fase successiva è rappresentata dalla decisione di dedicare un tempo specifico a precisi esercizi. Si può decidere di dedicare mezzora al giorno per iniziare; quella mezzora deve essere "sacrificata" al lavoro, deve essere una scelta emozionale, motivata dal desidero di avere di più dal lavoro, di renderlo parte attiva della nostra vita, per quel periodo di tempo siamo completamente dediti agli esercizi e scopi che ci siamo prefissati. Questo è il tempo del lavoro, quando abbiamo imparato ad usare le idee aumenteremo il tempo che dedichiamo agli esercizi, il resto del tempo, per adesso, non è necessario pensare al lavoro, prima è necessaria una certa preparazione; una volta che questa è stata raggiunta avremo sviluppato differenti parti di noi che inizieranno a manifestarsi anche in momenti differenti da quelli che abbiamo scelto per il lavoro.

Queste sono le direzioni pratiche che dobbiamo tenere presenti nel nostro lavoro e nei nostri esercizi, da questo inizia tutto e senza questo nulla è realmente possibile. Per quanto tempo questo deve essere fatto non è definibile a priori, dipende da molti fattori, ed è necessario il lavoro con gli altri ed il confronto con chi ne sa più di noi per comprendere a che punto siamo.

La seconda fase, quella in cui sacrifichiamo tempo intenzionale al lavoro, introduce un tipo particolare di esercizio, quello del riconoscimento dei differenti centri (Gurdjieff ne parla in modo dettagliato nei suoi incontri). Attraverso degli esercizi specifici iniziamo a distinguere i differenti centri e le loro manifestazioni; grazie a questa pratica conosciamo le loro differenti espressioni e potremo, nel tempo, iniziare a riconoscerli nella vita di tutti i giorni.

sabato 10 marzo 2007

Day 2.
You know that I have said, over and over again, that Gurdjieff's work does not consist in withdrawing from life. It does not consist in repudiating any of the obligations of life. We have the obligation towards ourselves to live our own lives with their possibilities. We have the obligation toward our immediate surrounding, our families, or dependents. If anyone thinks that he can carry out his own inner transformation bu turning his back on the outer life, he deceives himself entirely, and he is in a great danger of being quite lost in dreams. Or chief recourse against the danger of being lost in dreams is to learn how to live outwardly and how to fulfill the obligations of our outer life.

J.G. Bennett "Making a Soul"

Spero che sia comprensibile a chi conosce l'inglese, comunque la traduzione sarà pubblicata a breve.
In sostanza non è scappando dalle proprie responsabilità, e da ciò che ci ha creato, che possiamo aspettarci di trovare il Lavoro, forse possiamo costruire qualcosa ma fino a che non paghiamo il debito della nostra esistenza in relazione a cio che siamo non saremo mai realmente liberi.


venerdì 9 marzo 2007

Il Parlare Inutile

Day One.
Il parlare inutile è uno degli ostacoli al risveglio. E' molto difficile lavorare con l'idea del parlare inutile perché, ogni volta che parliamo, l'identificazione del momento si esprime attraverso la sensazione che quello che abbiamo da dire è estremamente importante, questo fa si che difficilmente valutiamo le nostre esternazioni come parlare inutile.
Attraverso il Lavoro con le idee del sistema approfondiamo la conoscenza del principio di scala e relatività, l'idea del livello d'essere, della meccanicità ecc. Quando iniziamo a verificare queste idee comprendiamo che le cose accadono per delle ragioni specifiche e nulla è casuale, un certo atteggiamento l'espressione di certi stati d'animo traggono origine da cause definite.
Il processo in cui iniziamo ad assorbire le impressioni senza respingerle si esprime attraverso l'accettazione consapevole della espressione della realtà che ci circonda.
Questo a livello di espressione personale ha delle forme precise.
Quando non siamo in grado di assimilare o digerire un impressione, ad esempio una persona che fa qualcosa che reputiamo stupido, abbiamo la necessità di eliminare ciò che abbiamo ricevuto, e questo si esprime attraverso il giudizio o l'indignazione, parliamo e parliamo di quello che è accaduto mostrando chiaramente quelle che sono le ragioni e le profonde motivazioni della nostra reazione. Siamo giustificati dalla realtà!! Mai ci potrebbe venire in mente in quel momento che siamo catturati dal parlare inutile.
Lo stesso esempio interpretato in termini di lavoro è che l'impressione che entra, evoca comunque immediatamente il giudizio, ma una parte di noi ha imparato a riconoscere l'idea del giudizio come una limitazione alla propria possibilità di comprendere, un respingente che non ci permette di vedere in una realtà più vasta. L'idea è di non eliminare l'energia dell'impressione che abbiamo ricevuto, ma di usarla nel tentativo intenzionale di cercare di osservare da punti di vista differenti usando strumenti di analisi più profondi, e affidandoci alle nostre verifiche delle idee del sistema. Cosa vuol dire questo praticamente? Possiamo cercare di comprendere in che stato emozionale si trovava la persona, che tipo di corpo o di centro di gravità è come, possiamo ricordare come in certe condizioni ci siamo trovati noi stessi ad agire in modi strani, e possiamo comprendere che l'idea di strano appartiene forse solamente a noi e per qualcun altro è estremamente normale agire in certi modi.
Sostanzialmente attraverso un lavoro di comprensione arriviamo ad un idea di accettazione consapevole, che ci permette di vivere il concetto di "vivi e lascia vivere". Certamente questo non ha niente a che vedere con l'idea di subire o di non essere forza attiva in una direzione che reputiamo migliore, ma è fondamentale comprendere l'idea che se non ci identifichiamo con quello che diciamo e di conseguenza con quello che pensiamo siamo più liberi nelle nostre scelte.
Quando iniziamo a sperimentare questo sforzo iniziamo ad avere momenti di grande difficoltà; se riusciamo a comprendere la semplice realtà dell'espressione altrui, ad esempio, ci accorgiamo che non abbiamo nulla da dire, che ogni cosa è al suo posto su un piano più alto, questa è una sensazione che terrorizza la macchina, perché in quel momento ci rendiamo conto che all'incirca il 70% del nostro tempo lo passiamo a parlare di cose inutili che semplicemente non abbiamo compreso, questa paura del vuoto se non facciamo attenzione ci riporta direttamente alla necessità di riempire il silenzio della consapevolezza che si è creato in noi con le parole dell'identificazione (considerazione interna).
Il passo successivo, come da saggio consiglio di A. è quello di riuscire ad interrompere il processo del palare inutile (identificazione) nel momento in cui accade. Si forse potrà sembrare ridicolo che ad un certo punto in una discussione ci fermiamo ed iniziamo a guardarci intorno come se fossimo appena arrivati, ma sicuramente in quel momento se contrastiamo la considerazione interna lo stato in cui ci troveremo è il più bel regalo che ci possiamo fare.

giovedì 8 marzo 2007

La lotta tra il Si e il No

J.G. Betten nel suo libro "Making a Soul" (disponibile solo in Iglese per quanto ne so), espone un concetto veramente interessante; in riferimento al lavoro sulla consapevolezza distingue due mondi, quello dei fatti, che appartiene alla sfera delle funzioni e quello delle possibilità che appartiene alla sfera della consapevolezza.
Solitamente nelle nostre vite quotidiane, se non siamo mossi da qualche shock, accadiamo, cioè agiamo e reagiamo in maniera assolutamente meccanica attraverso le informazioni che sono state registrate nei nostri centri inferiori. In questo senso non abbiamo scelta, non valutiamo possibilità differenti perché non siamo presenti a quello che ci accade, esso avviene.
Quando iniziamo a lavorare su di noi, e fin da quando iniziamo a sentire il bisogno di un reale cambiamento, accediamo ad un differente mondo, quello delle possibilità. Sarà successo a molti di vedere, in un momento di maggiore consapevolezza, che le risposte che diamo sono relative e che ci possono essere diversi apporci ad una situazione e tutti ugualmente giusti. Quando poi introduciamo l'idea dell'essere di una persona comprendiamo come ogni risposta ha una suo "valore di esistenza" in relazione a dove si trova la persona che la esprime, anche se apparentemente senza senso.
Il mondo in cui tutte le risposte esistono è il mondo delle possibilità. Possiamo avere accesso a questo mondo solamente quando siamo più consapevoli di noi stessi, perché questo significa avere la possibilità di separarci dalle risposte automatiche della nostra meccanicità e iniziare ad esplorare una più vasta possibilità di azione.
Entrambi questi mondi devono esistere simultaneamente, se esiste solo il mondo dei fatti siamo interamente persi nella meccanicità delle nostre funzioni, ma dare troppo spazio al mondo delle possibilità rischia di diventare una fuga in un mondo immaginario, le nostre "possibilità" devono confrontarsi con la materialità di un mondo fattivo. Il punto di contatto tra questi due mondi è l'attenzione (l'idea di attenzione ha un'accezione particolare nella Quarta Via); solo quando abbiamo un certo livello di attenzione siamo in uno stato di maggiore separazione dalle nostre funzioni e possiamo inserire delle variabili nuove, iniziamo a sviluppare una parte di noi che non è legata alle funzioni, che non è le funzioni, è la parte che viene chiamata coscienza, o Centro Emozionale Superiore.
Questo lavoro è qualcosa che dev'essere sviluppato nel tempo, ha differenti gradi e profondità di espressione. Si fonda sulla lotta tra il Si e il No, tra il principio affermativo e quello negatorio. In ogni situazione impariamo ad osservare e a domandarci se è quello il modo con cui desideriamo esprimerci, se c'è qualcosa di meglio che possiamo fare, impariamo a non indulgere semplicemente nella giustificazione delle nostre risposte. Non dobbiamo avere paura degli errori, Gurdjieff diceva che è necessario compiere errori perché sono gli shock che ci riportano al Lavoro.
Nella lotta tra il Si e il No, tra il desiderio di essere presenti a noi stessi e la velocità delle risposte meccaniche dobbiamo inserire un altro elemento, la terza forza, il risultato della triade, perché stiamo facendo quello che facciamo?, cosa vogliamo raggiungere?. Senza uno scopo, senza un desiderio ogni azione si perde nella ripetizione meccanica di un atteggiamento da bravo studente; dobbiamo avere chiaro a livello emozionale il sapore di ciò che consideriamo il successo di uno sforzo e desiderarlo come dell'aria sott'acqua, con lo stesso bisogno di vita.
Anche in questo ci sono gradi, il sistema della Quarta Via fornisce un corpus di idee che inizialmente e per lungo tempo sono la terza forza del lavoro; il desiderio e lo sforzo di verificarle è quello che genera la spinta, il risultato delle verifiche contiene la componente emozionale per i passi successivi. E' per questo che non esiste il modo giusto, ognuno di noi ha le proprie capacità e possibilità e se qualcuno non verifica quello che noi abbiamo verificato non è meglio o peggio e solo differente (ricordate il mondo delle possibilità).

Ogni sana osservazione porta alla scoperta di qualcosa di nuovo o all'approfondimento di qualcosa che già conosciamo, se rispettiamo gli errori senza usarli come scusa e il nostro lavoro continuerà a crescere, con l'aiuto e lo scambio di chi ci stà vicino.

lunedì 5 marzo 2007

Il Mentire

Innumerevoli volte ormai mi sono trovato a parlare con amici e persone, di idee differenti, scambiando punti di vista relativi al lavoro e alle che possibili "scelte migliori" in relazione al percorso per raggiungere una maggiore consapevolezza.
Spesso mi sono trovato a fronteggiare la mia debolezza di fronte alla difficoltà di comunicare e di comprendersi, debolezza che si manifesta con l'espressione di negatività; che prenda la forma di un urlare contro qualcuno o di chiudersi in un silenzio giudicante, resta comunque sempre un processo di crimine, che come tale porta con se una mancata comprensione della realtà e delle forze in gioco ed un inutile perdita di energia.

Uno dei punti fondamentali che ho potuto osservare è la mia mancanza di "considerazione esterna", espressa nell'incapacità di vedere chi ho di fronte, quali sono le potenzialità del mio interlocutore e, in base alla comprensione delle sue scelte, quali possono essere i punti che innescano una risposta difensiva o evocano differenti respingenti. Non sono riuscito a vedere che certe considerazioni possono sembrare giuste osservazioni, ma in realtà rappresentano stilettate difficile da gestire.
Questi momenti mi hanno portato a riflettere sulle cause e gli elementi che entrano in gioco durante un confronto. Prima di tutto se non vi è uno sforzo da entrambe le parti di fiducia e sincerità la comunicazione si basa su uno scontro tra "false personalità" che cercano di proteggere o guadagnare una posizione.
Senza uno scopo non è possibile iniziare un reale confronto che può mettere in evidenza lati della nostra meccanicità su cui dobbiamo lavorare. Senza uno scopo siamo in balia degli Io che vengono evocati in maniera automatica e delle loro automatiche risposte che, per esperienza, rappresentano nella maggior parte dei casi atteggiamenti difensivi al limite della stupidità (pur di difendere le nostre posizioni siamo in grado di dare per vere le più profonde assurdità, anche se in realtà non crediamo ad esse).
Anche avendo uno scopo certe esperienze non possono essere trasmesse perché non appartengono al bagaglio d'esperienza della persona con cui stiamo comunicando. Un esempio che mi sono trovato a vivere riguarda il tentativo di spiegare ad un amico che la condizione in cui ci trovavamo era controllata da un altro individuo, ma lui personalmente non aveva avuto questa esperienza emotiva e per quanto ci provasse non riusciva a percepire il valore emozionale delle parole che gli dicevo e finivamo sempre per litigare, Io cercavo di fargli vedere quello che vedevo e lui mi diceva che non lo vedeva e mi sbagliavo, e questo mi faceva impazzire ed esprimere negatività. Questo esempio spiega l'idea che il lavoro non può essere fatto per nessun altro, se una persona non passa per certe esperienze emozionalmente non è in grado solo con il centro intellettuale di comprendere, tanto più se emozionalmente è coinvolto nella direzione opposta.
Un'altra condizione che dobbiamo considerare è l'idea della menzogna, nel sistema è descritta come di un ostacolo al risveglio. La menzogna non è intesa come la condizione in cui mentiamo intenzionalmente, ma come la condizione in cui mentiamo senza renderci conto che stiamo mentendo. La menzogna è connessa al proprio essere, mentiamo in relazione a quello che siamo. Solitamente giustifichiamo noi stessi in base al nostro essere e se siamo ignoranti su qualcosa spesso mentiamo senza rendercene conto trovando ragioni che motivano il nostro agire.
Nel lavoro su di se abbiamo bisogno gli uni degli altri in una relazione di fiducia perché questo è il solo modo con cui possiamo prendere dall'essere di altri (più sviluppato del nostro in certi campi) e possiamo dare all'essere di altri, permettendo di svelare certe menzogne che ci tengono imprigionati nelle nostre meccanicità. Certo è un processo che può essere molto doloroso ed è per questo che la tendenza a respingere è così forte e rende il lavoro di gruppo così difficile, ma senza di esso non vi sono reali possibilità di vedere al di la del nostro naso.
Abbiamo bisogno gli uni degli altri, ma allo stesso tempo respingiamo questa possibilità come possiamo, se impariamo a vedere questo le nostre conversazioni possono essere più vaste e la nostra possibilità di guadagnare da ogni persona si può espandere insieme alla nostra capacità di comprendere e vedere di più noi stessi.

Buon lavoro a tutti e buona fortuna.

martedì 27 febbraio 2007

Che lingua Parla la Quarta Via

Beh.. Interessante quesito quello del titolo.. Evidentemente questo Blog è in italiano, ma la domanda si riferisce ad una necessità che ho incontrato durante ricerca di materiale sull'esperienza della Quarta Via.
Tutti gli scritti, da Frammenti di Ouspensky al Legamonismo di Gurjieff sono stati scritti in Inglese, o con in mente la traduzione in Inglese.
Molti testi e testimonianze non sono tradotti in Italiano e, anche se lo fossero, non credo che sarebbero pubblicati. Alcuni notevoli autori sono del tutto sconosciuti, e la maggior parte dei siti che contengono contenuti interessanti sono in Inglese, nel migliore dei casi con qualche parte tradotta in Italiano.
Considerando questo credo che, per chiunque sia sinceramente interessato ad approfondire le idee della Quarta Via da un punto di vista intellettuale e conoscere testimonianze "altre" del Lavoro, è decisamente necessario darsi lo scopo di studiare l'Inglese. Sicuramente è un ottimo strumento per tenere in attività il centro motorio ed intellettuale, e per aprirsi ad un mondo più vasto. La maggior parte delle pubblicazioni scientifiche o sociali sono stampate di solito in Inglese e poi, nel tempo, tradotte in altre lingue.
Se qualcuno può essere di aiuto per questa ottava, con link, suggerimenti od altro lasci un post. Tutti quelli che comprenderanno l'importanza di questo scopo, o che ne hanno già la necessità, saranno grati per questo.

Buon Lavoro a Tutti...

domenica 18 febbraio 2007

Le tre parti dell'osservazione

Fate un esercizio. Leggete un po - una pagina alla volta. All'inizio dovete cercare di comprendere con la vostra testa (pensiero), poi con l'emozione, successivamente con l'esperienza. E poi tornate al pensiero. Esercitatevi a leggere con i vostri tre centri. In ogni libro c'è materiale per arricchire noi stessi. Non è importante cosa leggete, e non è importante la quantità, ma la qualità e il modo di leggere.
Voices in the Dark - incntri di Gurdjieff durente l'occupazione nazista di Parigi dal 1940 -1944

Questo principio è valido per ogni cosa che "facciamo". Se in ogni nostra azione o situazione ci riusciamo a collegarci alle emozioni proviamo in quel momento, prestiamo attenzione a quello che stiamo facendo cercando di farlo secondo la nostra migliore conoscenza, e osserviamo i movimenti e le sensazioni fisiche che abbiamo, allora vuol dire che di quel momento avremo un ricordo ed una partecipazione al momento più profondi e reali.
Questa attenzione è quella che ci porta alla condizione di "Ricordo di Sé", a ricordarci noi stessi nella nostra globalità, e a vederci per quello che siamo. Questo , ciò collegato con l'idea della sofferenza volontaria, di cui parlerò in seguito.

Un semplice esempio di quanto detto è quando ci laviamo la mattina: la prima cosa che possiamo osservare è lo stato emozionale in cui ci troviamo, se ci siamo svegliati di buon umore, di cattivo umore o in uno stato neutrale, l'azione del lavarci possiamo vederla dal punto di vista intellettuale osservando le azioni da cui è composta; apro l'acqua è aspetto che raggiunga le temperatura che desidero (osservando il centro istintivo per le sensazioni), mi insapono e mi lavo le mani (centro motorio), dopo di che mi insapono di nuovo le mani e inizio a lavarmi la faccia (centro motorio) eccetera, questo è il lavoro del centro intellettuale, simultaneamente osservo il centro motorio, i movimenti delle mani, della schiena che si arcua sul lavandino, del respiro. La sensazione dell'acqua sulla pelle, la giusta temperatura, la sensazione di pulizia appartengono alla sfera del centro istintivo.

Questo piccolo esempio illustra chiaramente come in una semplice azione come quella di lavarsi al mattino ci possa essere un ricchissimo mondo che non vediamo mai. Solitamente i programmi per la giornata o i ricordi di avvenimenti passati (identificazioni), fanno passare ciò che facciamo per noi stessi come cose di "normale routine", ma fino a che non riusciremo ad entrare in contatto con noi stessi in maniera più completa la costruzione di un Io permanente è solamente parte di un gruppo di Io che sogna una "vita migliore", ma non ancora una realtà in costruzione.

giovedì 15 febbraio 2007

Perché un Blog sulla Quarta Via

Lo sopo di questo Blog è quello di trasmettere e scambiare le esperienze delle persone che lavorano consapevolmente, attivamente, attraverso il loro sforzi coscienti con il sistema della Quarta Via.
Il Blog non vuole essere un glossario delle idee della Quarta Via, vi sono libri ("Frammenti di un insegnamento Sconosciuto") che possono sicuramente fornire un corpus di informazioni molto complete riguardo a queste idee. Comunque nel tempo saranno inseriti link ai siti che meglio affrontano ed espongono le idee fondamentali del Sistema.

Il Sistema della Quarta Via è Stato introdotto in Occidente da un uomo eccezionale G. I. Gurdjieff, successivamente un suo allievo P.D Ouspensky attraverso i suoi scritti ha trasmesso la sua testimonianza del Lavoro, delineando ed evidenziando i concetti fondamentali del Sistema. Molti altri dopo di loro hanno scritto e approfondito le idee della Quarta Via, e costituiscono oggi una grande ricca testimonianza di quanto questo sistema possa cambiare l'essere delle persone.

Il principio su cui si basa la Quarta Via è che l'uomo nella sua condizione "naturale" non è padrone di se stesso, ma reagisce in maniera inconsapevole agli stimoli esterni usando una serie di risposte automatiche imparate nella sua vita o collegate dal suo tipo di corpo e centro di gravità.
Il sistema fornisce gli strumenti per cambiare questa situazione e portare l'uomo al livello che è stato "previsto per lui dalla Natura", ma questo richiede un lavoro intenso e costante. Il primo passo è quello di iniziare a vedere e a verificare se ciò che è espresso nel sistema risponde, per noi, alla condizione reale dell'uomo. Questa verifica diventerà la terza forza per più sforzi in direzioni sempre più definite al fine di ottenere ciò che nel sistema viene chiamato il cambiamento di livello d'essere. Questi non sono sforzi di ordine teorico o meramente intellettuale, il cambiamento è qualcosa di reale e non basta parlarne, dobbiamo verificarlo nelle nostre vite attraverso il confronto con il mondo e le situazioni che ci circondano.
Un Blog è sicuramente uno strumento parziale per compiere questo lavoro, perché non rende il contatto e lo scambio qualcosa di materiale, e scrivendo è facile "mentire". Resta il fatto che attraverso la parola e la condivisione delle esperienze, è possibile, entro certi limiti, trovare stimoli e nuove terze forze per ristabilire giorno per giorno le basi del proprio lavoro.
Attraverso l'esperienza in gruppi e scuole della Quarta Via ho potuto verificare come nel tempo si creano ritratti immaginari delle persone che ci circondano e la comunicazione diventa meccanica, la macchina inizia di nuovo il processo di autodifesa che rende impossibile "svelare" la presenza di certe meccaniche e il lavoro inizia il suo declino fino alla mera "apparenza del bravo studente". E' un lavoro difficile che diventa impossibile se il luogo in cui siamo nel nostro lavoro non è quello della sincerità e della fiducia.
E' un interessante esperimento, per me e per chi leggerà o sta leggendo questo Blog.

Partendo da esperienze, domande, citazioni, avvenimenti l'obiettivo sarà di analizzare e ricollegare alle idee del sistema quello che arriva e cambiare il principio di stimolo risposta in maniera tale da introdurre sempre nelle nostre vite quotidiane più shock in collegamento con il Lavoro.

Buon Viaggio.
E.