mercoledì 9 aprile 2008

Esercizio – fermare il pensiero

Una nuova rubrica che tratta di esercizi. Mi auguro che come utenti di questo blog parteciperete all'analisi di come gli esercizi proposti funzionano, delle vostre verifiche e delle forze contrarie che incontrate nel portare avanti gli esercizi.

FERMARE IL PENSIERO

L’esercizio di fermare il pensiero è un esercizio propedeutico al Lavoro, lo scopo non è quello di arrivare a non pensare, ma quello di imparare a controllare il proprio pensiero.

L’esercizio in sé è quello di fermare il flusso dei pensieri e mantenere questa condizione per un certo periodo. Ovviamente perché questo possa accadere e portare dei risultati positivi vi deve essere uno scopo.

Il principale scopo di questo esercizio è quello di iniziare a ricollegarsi con il momento presente, il pensiero è qualcosa che per sua forma appartiene al passato; questo perché il pensiero si forma per immagini conosciute, vale a dire che non possiamo immaginare qualcosa che non conosciamo. In questo senso il continuo vociferare che abbiamo nella testa ci porta a spasso nel tempo, ma difficilmente nel momento presente, per questo uno degli obiettivi dell’arrestare i pensieri è quello di essere nel momento. Un altro è quello di prepararci per un pensare intenzionale, la capacità di arrestare i pensieri è necessaria al fine di poter pensare intenzionalmente, cioè fare in modo che l’atto del pensare non segua il flusso caotico di associazioni accidentali, che dovremo contrastare nell’imparare l’esercizio, ma segua il flusso che abbiamo dato ad esso e che siamo intenzionati a seguire.

E’ importante che i primi tentativi di fermare il pensiero siamo fatti in condizioni ottimali, per diminuire le forze contrarie che ci ostacoleranno in questo apprendimento. E’ bene trovare luoghi tranquilli in cui sappiamo di non essere disturbati ed iniziare a rallentare il flusso dei pensieri, portando la nostra attenzione a ciò che ci sta intorno ed a noi stessi, attraverso la percezione del nostro corpo e del nostro respiro. Dobbiamo subito notare che nessuna forma di tensione è di aiuto, ogni tensione che esprimiamo a livello fisico la dobbiamo sciogliere portando la nostra attenzione su di essa. Ogni pensiero non deve essere contrastato, ma piuttosto lasciato fluire attraverso di noi, con la consapevolezza che questo non è il momento. Può essere utile, se arriva un senso di paura di dimenticare, portare un taccuino su cui si annotare i pensieri importanti, ma sempre l’obiettivo è quello di lasciarli andare.

E’ utile osservare intenzionalmente la forma delle cose che ci circonda, ascoltare i suoni percepire le sensazioni che l’ambiente ci trasmette, come il vento o il calore del sole o il fresco della sera.

Ogni pensiero passa oltre, basta questo per un breve tempo, non è necessario mirare a rimanere ore senza pensare, ma è importante imparare a frenare un pensiero e lasciarlo andare rimanendo in silenzio.

Questo esercizio accentuerà la percezione degli altri centri e porterà in generale ad una maggiore sensibilità, è importante annotarsi le impressioni che si hanno, i dubbi e i successi. E’ necessario impostare l’esercizio in maniera che generi una certa frizione, ma che non sia così forte da diventare una forza contraria, che si abbia la sensazione di riuscire, perché lo scopo è riuscire a frenare i pensieri, è la necessaria verifica per poter fare di più la volta dopo. Ogni fallimento per eccessiva difficoltà o troppa indulgenza con le proprie caratteristiche allontana e rende più difficile rifare l’esercizio, qualunque esercizio, la volta successiva. Dovete pensare come al fatto di aprire una strada per la linea di minima resistenza, se un esercizio ho capito come evitarlo una parte di me continuerà sempre a cercare di evitarlo, così oltre alla naturale forza contraria di un esercizio dovrò combattere anche con il mio atteggiamento contrario all’esercizio, doppia fatica vale a dire doppia possibilità di non chiudere l’ottava. Spero che questo sia utile al vostro lavoro, se avete domande o volete condividere i vostri risultati e sforzi siete i benvenuti.

Buon Lavoro,E.

lunedì 7 aprile 2008

Conoscenza ed Essere

Nel sistema della Quarta Via la possibilità di sviluppo di un uomo è collegata allo sviluppo ed al lavoro simultaneo di due aspetti, la Conoscenza e l'Essere. Una sostiene lo sviluppo dell'altro e viceversa, se una dei due si sviluppa maggiormente si giungerà ad un punto in cui il lavoro interiore di sviluppo di sé subirà una battuta di arresto.

La Conoscenza rappresenta la funzione principale del centro intellettuale ed è rappresentata dallo studio di differenti soggetti. Il centro intellettuale, per velocità, è il centro più lento e quello da cui si inizia il lavoro perché permette di essere usato in maniera più "facile" e diretta.
La conoscenza ha gradi, è possibile conoscere a diversi livelli relativamente ad un soggetto. Per la civiltà contemporanea essa ha un grande valore e le persone con profonda conoscenza di un argomento sono solitamente stimate e valutate, basti pensare agli scienziati e intellettuali di ogni genere.
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sabato 5 aprile 2008

Gli Stati di Coscienza

Tutta la nostra visione del mondo cambia in relazione al nostro livello di consapevolezza. Più alto esso è, più la comprensione del mondo è vasta, più è basso più essa scende fino al punto dell'identificazione, che vuol dire essere completamente focalizzati solo su una cosa; il massimo della limitazione percettiva.

Ogni uomo ha la possibilità e la potenzialità di fare esperienza di quattro differenti stati di coscienza, anche se l'uomo ordinario vive quasi totalmente nei primi due.
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martedì 1 aprile 2008

C'era una volta l'Assoluto

C'era una volta l’Assoluto..
Non vi era ancora l'Universo, ma esisteva solo l'entità dell'Uno. Ad un certo punto si accorse che il suo esistere "individuale" era passibile della corrosione del tempo, l'impietoso Heropass. Allora decise, attraverso un atto di Volontà, di dare inizio alla creazione usando le due leggi fondamentali dell’Universo, la legge del tre e la legge del sette.
Perché?
Perché generando la diversità avrebbe potuto continuare ad esistere nel continuo riflusso di nuove energie, per questo da un certo punto in poi del raggio di creazione le cose che derivano dal primo atto di volontà dell'Assoluto non sono direttamente collegate con "lui", la loro distanza dal creatore permette di creare qualcosa di nuovo che può, nel suo viaggio a ritroso verso la fonte, nutrire la differenziazione ed in questo modo sconfiggere l'implacabile Heropass.
L'uomo ha la possibilità di essere questo elemento creativo, contiene in se il seme della rigenerazione, e può iniziare il cammino a ritroso verso la fonte. Questo è lo scopo della sua creazione; la possibilità di essere parte del tutto, di essere e donare se stesso all'arricchimento del tutto attraverso il suo viaggio di crescita, evoluzione ed espansione. In maniera “pratica” quello che l'uomo cristallizza può sopravvivere al suo corpo fisico e può continuare a raffinarsi passando ad un livello più elevato del raggio di creazione e portando la sua "esperienza" nel tutto.. è il massimo dell'altruismo, essere per il tutto e non per se stessi.. questo è il principio degli sforzi coscienti. La sofferenza volontaria è il carburante per questo cammino.
Buon primo d'Aprile.
E.

sabato 29 marzo 2008

Ostacoli ' L'identificazione

Continua l'approfondimento sugli Ostacoli.
Buon Lavoro.
E,

Cosa vuol dire identificazione? L'identificazione è una condizione in cui l'identità di una persona è associata ad una cosa sola. Quando pensiamo intensamente a qualcosa o siamo catturati da un evento, abbiamo la tendenza a dimenticare tutto quello che ci circonda e che compone la gamma di elementi che formano il presente a favore di un solo elemento. Questa assenza di contatto con una realtà più vasta è la condizione naturale dell'uomo ordinario. In base a quello che egli ha appreso nel corso della sua vita ogni stimolo viene immediatamente ricondotto, in base alla legge di minima resistenza, ad una risposta precostituita e unitaria attraverso il processo di identificazione con lo stimolo stesso.

Non ci può esserci consapevolezza e identificazione nello stesso momento, l'una vive a scapito dell'altra.
L'identificazione è uno stato in cui siamo in potere delle cose, per questo può essere difficile da spiegare, perché deve essere verificato. Quando siamo identificati e riusciamo ad interrompere questo stato iniziamo a capire come esso funziona. Ci sono differenti gradi di identificazione; possiamo iniziare a riconoscendo quelle più leggere, quelle superficiali, quelle cioè da cui possiamo facilmente separarci, come ad esempio un cibo che ci piace molto, per prepararci a lavorare con quelle più profonde come l'identificazione con il nostro ritratto immaginario.
Un modo per separarsi dall'identificazione è attraverso uno sforzo intenzionale di espansione della consapevolezza di quello che ci circonda.
CONTINUA

martedì 25 marzo 2008

7 dicembre 1941

Si apre una nuova sezione di traduzioni degli Incontri a Parigi tenuti da Gurdjieff. Grazie a Gianni per il suo lavoro di traduzione e trascrizione.
Buona Lettura,
E.

PAGINA 01 del documento "gurdjieff40s.pdf" che ha anche come titolo di file "(Ebook - Gurdjieff - ENG) - Gurdjieff - Gurdjieff Meetings in Paris Vol. 2.pdf"


INCONTRI A PARIGI
Nota dei traduttori


Si tratta dei verbali di almeno una dozzina di incontri, tenuti il giovedì e il sabato tra il 1920 e il 1946 circa, da Gurdjieff. Dal contesto si deduce che fu proprio lui stesso, contrariamente a disposizioni prese in altri periodi del suo insegnamento, a stabilire che si trascrivessero gli incontri (in una delle trascrizioni lui stesso loda la persona che sta trascrivendo). Questi verbali, di cui vi presentiamo per la prima volta la traduzione in italiano, sono reperibili liberamente in lingua inglese nel web con il nome "gurdjieff40s.pdf", "(Ebook - Gurdjieff - ENG) - Gurdjieff - Gurdjieff Meetings in Paris Vol. 1.pdf" e "(Ebook - Gurdjieff - ENG) - Gurdjieff - Gurdjieff Meetings in Paris Vol. 2.pdf". Al momento presente la traduzione in italiano di tutti i verbali è quasi completa su dattiloscritto e ve le proporremo man mano che saranno trascritte su computer.






GURDJIEFF - INCONTRI A PARIGI

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7 dicembre 1941

Domanda: Accade qualcosa di intollerabile nel mio lavoro. Nonostante i miei sforzi non riesco a ricordare me stesso; ad ottenere una miglior qualità. Mi ci metto inutilmente per intere ore. Non ottengo risultati. Perché?

Gurdjieff: Questo deriva dal tuo egoismo. Particolarmente il grande egoismo in cui sei vissuto fino ad ora. Tu sei racchiuso in esso, devi uscirne. Per uscirne devi imparare a lavorare. Non solo per te stesso, ma per gli altri. Comincia con il lavorare sui tuoi genitori (con l'idea dei genitori ndt.). Devi cambiare il tuo scopo. Prendine uno nuovo, lo stesso di chi ti sta vicino, non importa chi, di chiunque, o scegli tra le persone intorno a te. Devi lavorare per te stesso utilizzando lo scopo di essere capace di aiutarli. Solo che sarà la lotta contro l'egoismo. Io vedo che avete un passato molto brutto, segnato da un egoismo particolare. Tutto il vecchio materiale viene a galla. E' per questo motivo che non puoi fare niente. E' normale; in accordo con l'ordine, alle leggi. Ma prima di raggiungere lo scopo, ci sono molte salite e discese. Questo dovrebbe rassicurarti. Questo potrebbe rassicurarti, io potrei rassicurarti completamente, ma tu devi lavorare su te stesso.

Domanda: Per uscire da questo stato di sofferenza, così vivido e così negativo. (Due tipi di sofferenza, una oggettiva, una soggettiva.) Posso fare uso di mezzi esteriori, assumere dell'oppio, per esempio?

Gurdjieff: No, devi lavorare su te stesso. Distruggere l'egoismo nel quale hai sempre vissuto. Prova quel che dico. Cambia il tuo scopo. Ora è necessario raggiungere un nuovo livello. Entrambi siete sulla strada per Gare de Lyon, ma prendete vie diverse, una che passa da Londra e una dall'Opera. Siete entrambi a circa la stessa distanza.

Domanda: Vedo la mia impotenza e la mia codardia. Non posso dire niente e fare niente per un altro. Poiché la mia testa non è lucida. Ho la sensazione se una cosa è giusta o no, ma non posso spiegare ancora il perché.

Gurdjieff: Tu non puoi dire o fare niente per un altro. Tu non sai di cosa hai bisogno per te stesso, non puoi sapere di cosa ha bisogno un altro. Lavora di proposito per lui. Ma recita la tua parte. Sii distaccato interiormente: Vedi.

PAGINA 02

Esternamente parla come fa lui (entra in sintonia ndt.), in modo da non urtarlo. Devi acquisire la forza per farlo. Recita una parte. Diventa doppio. Per adesso lavori come responsabile. Fai quello che ti dico, non puoi fare di più. Amore per il tuo prossimo; quella è la VIA. Porta a tutti quello che hai provato nei confronti dei tuoi genitori.

Domanda: Si ha questo desiderio fin dall'inizio del lavoro.

Gurdjieff: Certo, è la stessa cosa; sempre la stessa cosa che ritorna in gradazioni diverse. Ora ha un'altra gradazione. Tu devi superare questa crisi. Tutto arriva dal falso amore di sé, dall'opinione che si ha di sé stessi, che è una menzogna.

Domanda: Ogni cosa in me è stata messa sottosopra dall'esercizio - in tutto il mio lavoro. Ha portato via la gioia del lavoro, l'ha reso doloroso, senza speranza, mi sento come un asino che tira un pesante carretto su per la collina.

Gurdjieff: E' perché in te ci sono altre parti che sono state toccate. E' come un pittore che mischia sempre gli stessi colori e non c'è mai nessun rosso. Quando ci metter dentro il rosso, esso cambia ogni cosa. Devi continuare.

Domanda: Questo esercizio mi ha fatto sentire qualcosa che è nuovo per me; quando provo a farlo e pongo la mia attenzione su quel piccolo punto immobile e vedo che non posso trattenerlo, ho la sensazione della mia nullità e mi sembra di comprendere meglio l'umiltà. Questo piccolo punto è più grande di me.

Gurdjieff: Perché hai un cane in te che ti ostacola in ogni cosa. Si chiama insolenza verso sé stessi. Devi distruggere questo cane. Dopodiché ti sentirai padrone di questo puntino, che tu sei più forte ed esso è nulla. Io non ho fiducia nel tipo artistico che vive nell'immaginazione, ha le idee dietro la propria testa, non dentro, pensa di sentire ed esperire, ma in realtà è solo occupato con cose esteriori. Vive solo sulla superficie, al di fuori, non dentro, non in sé stesso. Gli artisti non sanno niente della realtà e immaginano di conoscerla. Non ti fidare di te stesso. Entra dentro di te, in tutte le parti di te. E' assolutamente necessario imparare a sentire e pensare nello stesso momento in ogni cosa che fai, in ogni giorno della vita. Sei una persona vuota.

PAGINA 03

Domanda: Come si dovrebbe pregare?

Gurdjieff: Lo spiegherò, ma è per dopo. Nel nostro sistema solare alcune sostanze emanano dal sole e dai pianeti, come quelle emanate dalla terra, entrano in contatto in certi punti del sistema solare. E questi punti possono riflettersi in immagini materializzate che sono le immagini invertite dell'Altissimo - L'Assoluto. Vi dico che è sempre esistita in immagine materializzata nella nostra atmosfera. Se la gente potesse avere abbastanza concentrazione da entrare in contatto con queste immagini, riceverebbe questa sostanza; in tal modo riceverebbero, senza stabilire un collegamento telepatico come con il telefono.

Domanda: Queste immagini si materializzano in forma umana?

Gurdjieff: Sì.

Domanda: Se qualcuno mette se stesso in contatto con questa immagine, e una seconda persona può mettere se stessa in contatto con lui, e una terza e una quarta, posso tutti ricevere questa immagine?

Gurdjieff: Se sette persone possono concentrarsi abbastanza da mettersi in contatto con questa immagine, essi possono comunicare, a qualsiasi distanza, tramite in collegamento stabilito tra di loro, e le sette ne formano una. Essi possono aiutarsi tra loro. Comunque, è solo spiegando qualcosa agli altri che uno comprende e assimila da sé completamente.

Domanda: Voglio sapere se materializzando l'immagine di un santo, questo mi porterà quello che desidero particolarmente.

Gurdjieff: Tu pensi come una persona ordinaria. Non hai nessun modo di materializzare niente ora. Per adesso prendi un compito di autosuggestione, così che una parte convinca l'altra e ripete e ripete all'altra che cosa hai deciso. C'è una serie di sette esercizi per lo sviluppo successivo dei sette centri. Citiamo il primo, il cervello, che è quello che conta nella vita ordinaria. (la testa è un lusso) gli altri, anche l'emozionale, che è il solo che è necessario è la spina dorsale, quella che devi sviluppare e rinforzare. Questo esercizio la rafforzerà. Allarga le braccia orizzontalmente ad un angolo preciso, contemporaneamente, fissa lo sguardo in un punto di fonte a te.

PAGINA 04

Dividi la tua attenzione esattamente tra il punto e le braccia. Troverai che non ci sono associazioni, non c'è posto per loro, così tu sarai occupato con il punto e la posizione delle braccia. Fallo da seduto, da in piedi, poi sulle ginocchia. Venticinque minuti ogni posizione, parecchie volte al giorno - o meno. Una volta ho avuto un allievo che poteva stare per due ore senza muovere le braccia di un centimetro. Su altre cose era una nullità.

Domanda: Quando desidero fare quegli sforzi per il lavoro, c'è una dura barriera nel mio petto, impossibile da superare. Che potrei Fare?

Gurdjieff: Non è niente. Non sei abituato a usare questo centro - è un muscolo che si contrae - solo muscolare. Continua, continua.

Domanda: Ho fatto questo esercizio fino a quando mi facevano male le spalle. Mentre lo facevo, ho avuto una sensazione di Io. Ho sentito me stesso distaccato, realmente Io.

Gurdjieff: Tu non puoi avere un "Io". L' "Io" è una cosa molto costosa. Tu sei a buon mercato. Non filosofeggiare, non mi interessa, e non parlare di "Io". Fai l'esercizio come un servizio, come un obbligo, non per i risultati (come l' "Io"). I risultati verranno dopo. Oggi è solo servizio. Solo quello è reale.

Domanda: Mi sento più in me stesso, come se fossi stato prima vicino ad una porta.

Gurdjieff: Non è una porta ma molte porte. Devi aprire ogni porta, impara a farlo.

Domanda: Ho lavorato in particolare sull'amor proprio.

Gurdjieff: Senza amor proprio un uomo non può fare nulla. Ci sono due qualità di amor proprio. Una è una cosa sporca. L'altra, un impulso, amore del vero "Io". Senza di questo, è impossibile muoversi. Un antico detto indiano dice - "Felice è chi ama se stesso, perché lui può amarmi" - Vedo dal rapporto di Mme. S. che nessuno mi ha compreso. Abbiamo bisogno di fuoco. Senza fuoco, non ci sarà mai niente. Questo fuoco è la sofferenza, sofferenza volontaria, senza la quale è impossibile creare nulla. Ci si deve preparare, bisogna sapere che cosa farà soffrire e quando è lì, fare uso di esso. Solo tu ti puoi preparare, solo tu sai cosa ti fa soffrire, fai il fuoco che cuoce, cementa, cristallizza, fa. Soffri per i tuoi difetti, nel tuo orgoglio, nel tuo egoismo. Ricorda te stesso, dello scopo.

PAGINA 05

Senza sofferenza preparata non c'è niente, per quanto si possa essere consapevoli, non c'è più sofferenza. Nessun altro progetto, nulla. Questo perchè con la tua coscienza tu devi preparare cosa è necessario. Tu appartieni alla natura. Il cibo che mangi, che nutre la tua vita. Tu devi pagare queste sostanze cosmiche. Hai un debito, un'obbligazione, da ripagare con il lavoro conscio. Non mangiare come un animale, ma rendi alla natura quello che ti ha dato, la natura, tua madre. Lavoro - una goccia, una goccia, una goccia - accumulato durante il giorno, mesi, anni, secoli, forse darà risultati.

Domanda: Sono arrivato al punto di essere infelice, ogni cosa mi è disgustosa, di nessun interesse.

Gurdjieff: E quel fazzoletto sistemato così a modo nel tuo taschino? Quello ti interessa. Bene, la natura vuole il tuo bene, ne sono felice. Lei ti conduce al lavoro reale rendendoti tutto il resto disgustoso - è un particolare passaggio che devi fare. Più lavori, più verrai fuori da questa scomodità, questo vuoto, questa mancanza.

Domanda: Anche il lavoro mi è disgustoso.

Mme de Salzmann: Perché tu non lavori, non c'è mai nessun lavoro con te, niente tra noi anche quando siamo insieme - è il vuoto. Una persona non può portare tutto da sola. Sei tu che devi fare lo sforzo per te stesso. Stasera è lo stesso. Nessuno è lì - nessuno fa lo sforzo.

Gurdjieff: Poi si deve cambiare il modo di lavorare. Invece di accumulare per un'ora, si deve provare a mantenere costantemente la sensazione organica del corpo. Sentire il proprio corpo ancora, senza interrompere le proprie occupazioni ordinarie - mantenere un po' di energia, per prendere l'abitudine. Ho pensato che l'esercizio ti avrebbe permesso di mantenere l'energia a lungo, ma vedo che non è così. Bagna un fazzoletto, strizzalo, mettilo sulla tua pelle. Il contatto ti farà ricordare. Quando è asciutto, ricomincia. LA CHIAVE DI OGNI COSA - Rimani distaccato. Il nostro scopo è quello di avere costantemente la sensazione di noi stessi, della propria individualità. Questa sensazione non può essere espressa intellettualmente, poiché è inorganica. E' qualcosa che ti rende indipendente, quando sei con altre persone.

lunedì 24 marzo 2008

ostacoli - Le emozioni negative

Prosegue l-analisi degli ostacoli. Ricordatevi che l-articolo continua nel sito e non nel blog
Buona lettura e buon lavoro.
E.

Cosa sono le emozioni negative?
Secondo il sistema della Quarta Via le emozioni negative sono un apparato artificiale dell'uomo sviluppato e nutrito sin dall'infanzia attraverso l'educazione all'espressione delle emozioni in modo errato. Un esempio di questo è rappresentato dal bambino che impara a dare la colpa a qualcun'altro per evitare una punizione, che da adulto si convincerà che ciò che gli accade è responsabilità di altri, che devono prendersi cura, o creare per lui le condizioni necessaire alla sua esistenza e che, nel caso in cui questo non avvenga nei termini da lui immaginati, spenderà gran parte della sua vita all'insegna della lamentela e del dissenso per quello che non gli è stato dato.

Se osserviamo con attenzione, ognuno esprime, durante la giornata, differenti tipi di emozioni negative come i cattivi umori, le preoccupazioni, l'attesa di qualcosa di sgradevole, il dubbio, la paura, un sentimento di offesa o l'irritazione.
Alla base delle emozioni negative vi è un atteggiamento che le nutre e permette il
loro mantenimento ed esistenza. Ogni qualvolta qualcosa non ci torna o qualcuno fa qualcosa di sbagliato nei nostri confronti, evochiamo e nutriamo un gruppo di Io che giustifica la nostra negatività. Molto difficilmente ci rendiamo conto che ciò che riceviamo è collegato a quello che siamo e, poiché non conosciamo noi stessi, pensiamo che sia solo una responsabilità del modo esterno se le cose non sono come le immaginiamo o desideriamo. Dietro ad un'espressione di negatività si trova sempre un'indulgenza nei confronti di una nostra debolezza, data da una difficoltà a vedere e compiere uno sforzo per migliorare.
CONTINUA

sabato 22 marzo 2008

Il Lavoro su di Sé

Continua la traduzione del libro di Bennett. Non sto seguendo un ordine preciso, i capitoli che più mi colpiscono sono quelli che vengono tradotti prima, ringrazio Guido e Gianni per il loro aiuto di traduzione e revisione del materiale e rinnovo l'invito a tutti quelli che hanno una conoscenza sufficiente della lingua inglese a partecipare a questo lavoro, vi è ancora tanto materiale che vale la pena tradurre.
Buona lettura e buon lavoro,
E.


E’ molto importante per me ricordare al lettore che il concetto di “nulla” che deve diventare “qualcosa” si trova alla base ti tutti gli insegnamenti religiosi. E’ la dottrina della rinascita, della morte e della resurrezione che, per quanto espressi differentemente, hanno sempre lo stesso contenuto. Il suo significato e valore è però perso se il suo carattere paradossale viene attenuato. Il sincero sfogo, “Insensato, quel che tu semini non è vivificato, se prima non muore” è detto dal cuore di chi ha visto nella sua propria esperienza l’insensatezza di parlare di rinascita senza morte. Gurdjieff parlava di questo come della “morte del ‘Tiranno’ da cui proviene la nostra schiavitù in questa vita.” Questi sono tutti i frutti importanti dell’auto osservazione condotta correttamente. Nella realizzazione della mia nullità, vedo che la mia vita è vissuta come schiavo di un “Tiranno” inesistente, che è l’Io immaginario di quelle speranze, paure ed immaginazione per cui spendo le mie energie. Questo è perché la realizzazione della propria nullità è anche chiamata “la prima liberazione dell’uomo.”
Abbiamo qui il secondo decisivo test che deve essere applicato ad ogni insegnamento. Se esso inizia con l’affermazione che un uomo “è” già, e si offre di mostrargli solo come aumentare il suo potere e il suo valore, è necessariamente e dimostrabilmente falso. Anche se insegna la necessità della rinascita, ma non mostra che prima di poter nascere, egli deve prima morire, esso non possiede la verità. Anche se insegna che una persona deve morire, ma presenta l’idea come un’esperienza emozionale, una rinuncia cosciente di qualcosa che possiede già, è ingannevole e pericoloso. Questo è perché la frase “la realizzazione della propria nullità” è sicura e molto esatta. Ma questa realizzazione può solo giungere dall’abilità di vedere oggettivamente cosa sia esistere, e cosa sia il non esistere. La conoscenza dell’esistenza e della non esistenza è inseparabile l’una dall’altra, così come la conoscenza di caldo e freddo, buio e luce. Fino a che non posso distinguere e esperire i due stati – non conosco oggettivamente nulla di loro.
Da questo, raggiungiamo il terso stadio del “lavoro su di sé.” La realizzazione della propria nullità non è la perdita di speranza. Non voglio dire con questo che la disperazione può essere del tutto assente anche dal lavoro condotto correttamente; ma il suo sorgere e significato sono chiaramente differenti dalla realizzazione della propria nullità. Chiarirò questo successivamente. Prima, è necessario arrivare ad afferrare il significato della domanda “lavorare su di sé”. Per questo dobbiamo tornare sul concetto dell’uomo come essere con tre cervelli. Ho fatto riferimento a questi tre cervelli rispettivamente come la forza affermativa, contraria e neutralizzante nella triade dell’esperienza umana. Questa idea può essere facilmente fraintesa. Porre la mente e il corpo in conflitto rispettivamente come forza affermativa e contraria sembra portarci solamente all’ascetismo, che è il soggiogare il corpo come fine per se stesso. Frasi come “ha iniziato a lavorare consapevolmente con una completa assenza di misericordia verso la sua parte contraria e a creare intenzionalmente condizioni di disturbo per questa parte in se stesso” ha tutto il sapore di una mortificazione corporale tipico del Benedetto Henry Suso di San Pietro di Alcantara. Ognuna di queste interpretazioni è contraddetta dall’insistenza delle obbligazioni verso il nostro corpo planetario, e al “fare richieste ad esso solo in relazione alle sue possibilità intrinseche.” Ogni lavoro che ha delle conseguenza indesiderabili per il corpo planetario non deve essere sottovalutato, per quanto ci possa piacere e per quanto ci possa interessare. Ma i doveri verso il corpo planetario sono espressi più specificatamente nella “Organizzazione dell’Esistenza dell’Uomo Creata dal Molto Santo Ashiata Sheimash” dove il primo obbligo deve consistere nello sforzo per l’uomo “di avere, nella sua esistenza ordinaria, la soddisfazione di quanto sia realmente necessario al suo corpo planetario.”
L’apparente contraddizione sorge dalla confusione fra il cervello sensibile e il corpo planetario, più avanti descritto come “solo una formazione cosmica dipendente, consapevole di nulla.” Non può prendersi cura di se stesso, deve essere prima trattato in maniera corretta in modo che possa servire le parti che sono state spiritualizzate correttamente.
Le sorgenti affermative e negatorie nell’uomo sono “il cervello della sua testa ed il cervello della spina dorsale.” Nella condizione ordinaria della vita meccanica, questi due cervelli funzionano quasi completamente senza nessun contatto l’uno con l’altro, e non vi è fra di loro nessuna relazione di affermazione e negazione. Quando, comunque, un uomo comincia a comprendere il processo in cui la materia è trasformata nel suo organismo per la formazione delle parti più elevate di lui, egli vede che una particolare sequenza si stati fisici è richiesta. Per esempio, può essere necessario per il suo corpo, durate certi periodi, di rimanere in una certa posizione per rendere possibile il procedere di un processo particolare di trasformazione e assimilazione dell’energia. L’uomo conosce questo con la sua mente, ma il risultato deve essere ottenuto attraverso il corpo sensibile. Egli assume la postura, ma se ha imparato ad osservare, sente che questa è piena di imperfezioni. Con la mente, chiede più esattezza e maggiore concentrazione. Per quanto il suo cervello sensibile può procedere nella direzione richiesta, non è abbastanza; la concentrazione non penetra nel suo organismo completamente. La sua mente dice, “non posso.” Questa è l’affermazione e la negazione che costituiscono la relazione del lavoro si di sé.
Il ruolo del cervello emotivo è quello di portare e sostenere la comprensione che arriva dalle passate esperienze di successo e fallimento. È solamente quando è presente nel cervello emozionale la realizzazione della mia nullità, che è l’esperienza della non esistenza in relazione all’esperienza, in cui l’affermazione e la negazione del mio pensiero e sensazione può essere unito nella singola esperienza di “Io posso perché devo.” Per primo e indubitabilmente ovvio è che tutto il lavoro su di sé si risolve in una triade composta dalle forze di affermazione, negazione e riconciliazione nel cervello del pensiero, delle sensazioni e delle emozioni. Ma questo non può essere compreso sino a che l’uomo non ha una genuina esperienza del lavoro su di sé. Questo è perché è impossibile, o piuttosto indesiderabile, cercare di descriverlo. “Conosce solo colui che lo ha provato.”
La creazione di un nuovo essere in se stesso consiste nel creare qualcosa dal nulla. Questa è una impossibilità, ed è impossibile. Questo è perché la disperazione deve sempre entrare nel lavoro su di sé. Disperazione è realizzare che quello che sto cercando di fare è impossibile, ed allo stesso tempo che è necessario e non vi è via di uscita da esso.

giovedì 20 marzo 2008

Principi 2

…La stessa cosa è applicata alle descrizioni di Gurdjieff dei corpi dell’uomo. Qualche volta ha addirittura parlato dell’uomo come se avesse un solo corpo. Qualunque fosse la descrizione, si riferiva a qualcosa; ma cercare di ridurre tutto ad uno schema dove ogni cosa è contrassegnata non ha senso. Le differenti descrizioni sono solo un segnale per aiutarci a sentire la direzione da seguire, oltre le limitazioni della nostra comprensione e consapevolezza. Esse non sono realmente descrizioni. Sono più come evocazioni, per far sorgere in noi il senso della possibilità di un differente modo di fare le esperienze. Forse possono aiutarci ad organizzare le nostre esperienze nel modo in cui le viviamo.

Questo estratto dal libro di Bennett “Talkes on Belzebub’s Tale” è importante perché spiega il giusto atteggiamento nei riguardi delle idee del Sistema e delle loro descrizioni.
La cosa di maggiore importanza in questo estratto è la puntualizzazione che le descrizioni o le idee non devono essere ridotte ad uno schema, nel lavoro su di se non devono usare come scudi di fronte all’esperienza, ma devono diventare i veicoli dell’esperienza individuale.
Le idee e le definizioni hanno valore nel divenire la terza forza delle nostre esperienza, nel verificare la loro portata apriamo dei canali e delle possibilità in noi stessi che altrimenti non avremmo aperto. Delle idee e delle definizioni possiamo nutrirci sino a che riconosciamo il loro valore e potenziale, e questo da un lato è nutrito dalla verifica del loro “potere”, dall’altro, nel momento in cui non vendono più usate in maniera corretta, divengono la nostra prigione.
Tante volte le persone rimangono imprigionate dalla forma di un’idea piuttosto che dalla dinamica della sua applicazione nella vita reale, questo genera il drammatico proliferare di sette e persone “danneggiate” dal lavoro. Dobbiamo fare molta attenzione alla relazione che abbiamo con le idee e le definizioni e verificare di continuo, soprattutto attraverso l’aiuto di chi ci sta vicino, la direzione che stiamo seguendo.
Questo lavoro richiede tempo, e prendere una direzione invece di un’altra è facile. Ricordare questo principio è importante in relazione a quello che studiamo e facciamo della nostra esperienza del lavoro, per diminuire l’incidenza di ottave laterali che possono farci perdere tutto quello per cui abbiamo lottato.

Buon lavoro.
E.

martedì 18 marzo 2008

Ostacoli - Il Mentire

Continua l'analisi degli Ostacoli.

Il Mentire

Per dire la verità bisogna essere capaci di conoscere cosa è la verità e cos'è una menzogna, prima di tutto in se stessi.
Gurdjieff (Frammenti di un Insegnamento Sconosciuto)


La Menzogna è un ostacolo al lavoro su di sé, ed è uno dei più invisibili. Il principio del mentire nel lavoro non si riferisce ad un'evidente falsificazione di qualcosa, ma la sottile convinzione di sapere cose "normali" di cui in realtà non si sa nulla.
Chi mente è convinto di quello che dice, per questo non considera di stare mentendo. La personalità si nutre della menzogna per affermare se stessa nel mondo. L'uomo che mente bene è un uomo interessante.

Bisogna imparare a dire la verità. Le persone mentono di continuo agli altri e a sé stesse, per questo nessuno comprende ne gli altri ne se stesso.
Domandati: potrebbero esserci tante discordie, profondi malintesi e tanto odio verso il punto di vista o l'opinione altrui se le persone fossero capaci di comprendersi l'un l'altro?
Frammenti di un Insegnamento Sconosciuto

La comprensione della menzogna è un lavoro individuale, nessuno può veramente convincerci che stiamo mentendo, anche di fronte a delle "prove schiaccianti" saremo sempre in grado di opporre qualche "ragione" che reputiamo più che valida. E' necessario aver verificato la menzogna negli altri e di conseguenza in noi stessi per poter avere abbastanza coraggio da iniziare a lavorare su di essa. Una delle espressioni della menzogna che maggiormente possiamo verificare è il desiderio che le cose siano diverse da quelle che sono. Pensiamo troppo spesso che qualcosa sarebbe migliore se fosse differente, ma in realtà non ci rendiamo conto che se una cosa avesse potuto essere differente lo sarebbe stata. Invece di trovare scuse, incolpando il mondo esterno, dobbiamo iniziare ad osservare le nostre manifestazioni in differenti circostanze; in questo risiede la nostra possibilità cambiare le cose.
Non possiamo chiedere a nessuno di non mentire e non possiamo lamentarci con chi ci circonda delle sue menzogne, con molta probabilità non ne è consapevole.
Si deve studiare molto per molto tempo per poter un giorno dire la verità. Dopo un certo tempo nel lavoro si incomincia a vedere meglio se stessi, si mente meno e questo ci rende meno interessanti agli altri.

Per l'uomo odierno l’idea di verità e menzogna non ha senso perché il suo reale significato è collegato allo stato in cui egli si trova. Qualche volta un uomo dice la verità e qualche volta mente, questo dipende dallo stimolo a cui sta reagendo, è per questo che un uomo ordinario è inaffidabile. Se dice la verità o mente è dovuto a cause accidentali, le parole, i sentimenti e quello che prova sono menzogne perché ne è inconsapevole.

Le menzogne sono collegate al gruppo di Io in cui ci troviamo, al cambiare degli Io cambiano i parametri di verità e menzogna. Le verità dell'uomo ordinario cambiano di continuo, o possono rimanere più o meno fisse grazie ai suoi ammortizzatori (respingenti). Ogni gruppo di Io è "circondato" da respingenti che impediscono alla persona di vedere le menzogne che si racconta.
CONTINUA

venerdì 14 marzo 2008

PROLOGO

Continua la traduzione del libro di Bennett.
Buona Lettura,
E.

E’ mezzanotte passata. Per circa due ore, quindici o venti allievi Inglesi e Americani hanno ascoltato la lettura della Seconda Serie dei suoi scritti. In un’altra stanza, venticinque o trenta membri del gruppo francese stavano ascoltando lo stesso capitolo in francese. Adesso siamo seduti intorno al tavolo, tutti quelli che possono essere contenuti nella piccola sala da pranzo ed altri stanno mangiando la loro cena seduti sul pavimento nella stanza accanto dove si era tenuta la lettura in francese.
Molte facce sono familiari, ma ci sono due visitatori dalla Grecia che non avevamo visto prima, che occupano il posto d’onore alla sua destra, e due nuovi arrivati dall’America che sono vecchi amici di molte delle persone nella stanza. La stanza è molto affollata, ma non c’è trambusto nel servire, i piatti erano stati portati prima e le portate sono cambiate in silenzio da quelli che si trovano dietro il tavolo, che stanno a loro volta mangiando dalla mensola del caminetto.
Tutta l’attenzione è rivolta verso Gurdjieff. Il pasto ha raggiunto l’apice che tutti stavano aspettando. E' stato fatto un brindisi che serviva come testo per il sermone che, per quanto molte volte ripetuto, sembrava solo guadagnarne per questo in forza drammatica.
“Ognuno deve avere uno scopo. Se non avete uno scopo, non siete uomini. Vi dirò un semplice scopo, morire di una morte onorevole. Ognuno può prendere questo come suo scopo senza nessun filosofeggiamento – non morite come cani”. Poi ha chiesto a qualcuno dei presenti di spiegare cosa questo volesse dire, e la risposta fu “Solo chi ha lavorato su di se' nella vita può morire di una morte onorevole. Chi non lavora su di se' nella vita inevitabilmente prima o poi perirà come uno sporco cane”. Gurdjieff ripeté che questo era il primo e il più semplice scopo che ogni uomo deve darsi prima di tutto, e solamente quando ha raggiunto questo può procedere oltre per uno scopo più alto. Come sempre, fece diventare la conversazione un gioco, ed in un minuto la stanza era scossa dalle risa per via di una storia circa le peculiarità degli Inglesi. Ma l’impressione della profonda serietà della nostra condizione umana rimaneva, della scelta con cui ci confrontavamo tra la vita e la morte.
Il pasto continua, e durante la conversazione con uno dei nuovi arrivati, Gurdjieff inaspettatamente dice, “Ti dirò il primo comandamento di Dio all'uomo. Questo non è uno dei comandamenti che fu dato a Mosè, che erano per persone speciali, ma uno dei comandamenti universali che sono sempre esistiti. Ve ne sono molti, forse venti, ma questo è il primo. ‘Lascia che una mano lavi l’altra.’ E’ molto difficile per una mano lavarsi da sola, ma se una mano lava l’altra , entrambe saranno pulite.” Parole semplici, ma dette così penetravano alla radice dell’egoismo presente in ognuno di noi. Ci guardavamo l’un l’altro con occhi diversi, comprendendo che da soli eravamo senza speranza, e realizzare che c’era qualcosa che ci legava con qualcosa di più forte dell’amicizia o della razza o del credo. Anche chi era completamente estraneo in mezzora si era unito a noi in una comprensione comune.
Gurjieff è molto stanco. Mangia con difficoltà, C’è un lungo silenzio. Qualcuno gli pone una domanda circa la pubblicazione di Belzebù. Parla dei suoi scritti, e dice che sono i suoi soldati. Con essi farà guerra al vecchio mondo. Il vecchio mondo deve essere distrutto al fine di permettere al nuovo mondo di nascere. I suoi scritti faranno molti amici ma anche molti nemici. Quando saranno pubblicati, egli sparirà. Forse non ritornerà. Abbiamo protestato dicendo che non potevamo lavorare senza di lui. Se fosse scomparso lo avremmo seguito. Sorrise e disse, “forse non mi troverete.”
Il pasto finisce, il caffé è servito. Gurdjieff si fa portare il suo strumento musicale preferito, un organetto con una forma particolare, e suona un lungo corale su una scala greca. Ce ne andiamo alle 2:30. Tre visitatori tornano in Inghilterra al mattino presto poche ore dopo perciò partono carichi di doni di cibo in regalo per le loro famiglie.

J.G. Bennett, 1950

giovedì 13 marzo 2008

Ostacoli - L'immaginazione

A seguito del post sugli ostacoli ho fatto un analisi più dettagliata dei singoli ostacoli, di seguito l'immaginazione, seguiranno nel tempo gli altri.
Buona lettura e buon lavoro.
E.

L'uomo è una macchina stimolo risposta; questo vuoi dire che ogni stimolo che riceviamo evoca una risposta automatica. Ma da dove vengono queste? Nel corso della vita, dall'infanzia all'età adulta, accumuliamo informazioni, atteggiamenti, idee e concetti che sono registrati all'interno dei centri che formano la struttura dell'essere umano. Tutte queste informazioni sono collegate a particolari circostanze e avvenimenti e sono riproposti quando uno stimolo ha una relazione con l'evento precedente.
Possiamo osservare come, ad esempio quando stiamo guidando la nostra autovettura, che le immagini che vediamo portano con se' il ricordo di qualche associazione di pensiero, se vedo una mamma con il suo bambino penso a mio figlio o se vedo due persone che si baciano posso pensare a mia moglie o al film d'amore visto la sera prima. Ogni stimolo evoca una risposta. La risposta generata è ciò che dobbiamo osservare quando parliamo di Immaginazione.
Il processo meccanico associativo dei pensieri, ricordi e proiezioni, portato avanti senza controllo è quello che, nel sistema della Quarta Via, viene chiamato Immaginazione, è il sognare ad occhi aperti, con la differenza che non ci accorgiamo che è la condizione in cui ci troviamo per la maggior parte del nostro tempo.
Il tipo di immaginazione, in questo caso, non è quella creativa, che è l'espressione di un pensiero intenzionale volto ad un fine, ma il pensiero associativo che semplicemente accade, in cui ci perdiamo da un sogno ad un altro, da un'associazione di pensiero ad un'altra senza minimamente renderci conto di quello che accade.
Possiamo verificare che questo tipo di pensiero non lascia traccia: se abbiamo un momento di maggiore consapevolezza dopo un periodo di immaginazione difficilmente ricorderemo i pensieri che abbiamo avuto.
CONTINUA...

mercoledì 12 marzo 2008

La Legge del Sette - Le fasi dell'ottava

Da questo post inizia un nuovo progetto. E' stato creato un sito per accogliere le idee della Quarta Via che sono state già pubblicate su questo Blog e che verranno pubblicate in futuro. La trattazione di molte di esse è lunga e sul Blog non sono organizzate in maniera da essere facilmente consultabili, quindi sul Blog appariranno solo in forma ridotta con un link diretto al nuovo sito che le contiene per intero.

Buon Lavoro.
E.

Le ottave sono composte da tre fasi, nelle ottave ascendenti queste prendono il nome di Preparazione, Esecuzione e Compimento. Questi sono nomi generali e devono essere considerati al fine di spiegare e non in maniera letterale, potremmo alternativamente usare i termini di raccolta delle informazioni, realizzazione e raffinamento. Nelle ottave discendenti possono essere espresse con i termini, Concepimento, Maturazione, Espressione o stimolo, associazione, reazione.

Nell’enneagramma le tre parti di un’ottava sono rappresentate dai lati del triangolo inscritto nel cerchio. I punti del triangolo che toccano la circonferenza hanno un significato ben preciso nello svolgersi dell’ottava. Nelle ottave ascendenti il primo punto corrisponde al DO dove si trova l’impulso iniziale dell’ottava, fra il MI ed il FA è l’influenza esterna che serve per colmare l’intervallo e proseguire nell’ottava, e tra il SOL è il FA è un punto particolare, siamo a metà strada e un grande lavoro è stato fatto, siamo nel mezzo, l’inizio e la fine sono equidistanti quindi non vediamo chiaramente la fine e sappiamo che tornare indietro è altrettanto lungo e difficile; adesso dobbiamo raccogliere quello che ci serve per avviarci alla fine con tutto quello che comporta. Gurdjieff chiamava questo punto influenza intenzionalmente inclusa, è qui che iniziamo la preparazione per l’ultimo intervallo, il SI DO dell’ottava.

Le note dell’ottava disposte in senso orario sulla circonferenza mostrano lo sviluppo dell’ottava nel tempo e le connessioni interne mostrano i legami di ogni singola nota con le diverse fasi dell’ottava nel loro orientamento, mostrano le connessioni “al di fuori del tempo lineare”. Sono i sostegni delle differenti fasi dell’ottava. In questo senso esprimono il concetto di come tutto è collegato e dalla loro connessione risulta la possibilità di concludere l’ottava. A proposito delle connessioni interne è importante sottolineare quanto l’esperienza fatta in una data ottava sia importante al fine di creare legami forti tali da poter sostenere le ottave successive.
Per fare un esempio, se è la prima volta che costruisco qualcosa, e non faccio per niente attenzione alle differenti fasi della costruzione, non avrò creato una memoria sufficientemente forte da sostenermi in un’esperienza successiva, ma se sono riuscito ad essere più consapevole delle mie azioni e di quello che faccio, le volte successive la mia memoria e comprensione diventerà il sostegno per le nuove ottave.

Dei deboli legami interni dell’ottava fanno si che essa devii in altre ottave laterali in base alla legge di minima resistenza, che porta lo sviluppo delle forze a cercare l’espressione con apparente minore dispersione di energia, nutrito dall’inganno della semplicità.
CONTINUA

sabato 8 marzo 2008

Pratica 3

Domanda: Vorrei avere più informazioni in merito alla parte istintiva del centro emozionale dove gran parte delle emozioni negative sono create....se capisco il meccanismo di questo vuol dire che avrò la comprensione della totalità delle origini di queste creazioni negative? (premetto che chi scrive non è di madre lingua italiana)

Per quanto riguarda la parte meccanica del centro emozionale, non è in quel centro che si generano le emozioni negative, esse appartengono ad un centro "artificiale" che si è creato durante la nostra vita per imitazione degli atteggiamenti delle persone e per assimilazione della cultura in cui siamo cresciuti.

Il lavoro sulle emozioni negative è un lavoro di conoscenza di noi stessi, delle ragioni per cui un certo stimolo evoca in noi certe risposte. Le emozioni negative sono una parte di energia che non viene usata e che viene eliminata, se impariamo a comprendere perché si creano e da dove, e a vedere diversamente le stesse cose, impariamo a dirigere questa energia per la nostra crescita, se le esprimiamo semplicemente perdiamo quello ci servirebbe per avere un maggiore controllo.
E' come dire che ho dei soldi a disposizione ed invece di pensare come spenderli compro la prima cosa che vedo e poi non ne ho più per quello che è veramente importante.

C'è tanto da dire sul modo di osservare e lavorare praticamente sulle emozioni negative, sto scrivendo un articolo che analizza le emozioni negative come ottava discendente, spero che sia ultimato presto. Un consiglio pratico per adesso è quello di comprendere che non sono reali, e questo lo puoi fare provando, quando ti è possibile, a dare, nel caso di emozioni negative più leggere, delle risposte diverse. Un esercizio è quello di cambiare la risposta che diamo alla negatività quando guidiamo. Quando qualcuno ci taglia la strada o fa qualcosa che ci irrita, diventiamo negativi, spesso questa negatività è causata dal fatto che siamo così concentrati su noi stessi che pensiamo di aver ricevuto un torto, questa è la radice dell'emozione negativa. A questo punto, facciamo lo sforzo di non pensare subito a noi stessi, ma di osservare la persona che ci ha "fatto il torto", se la guardiamo, nella totalità dei casi verificheremo che quella persona non sa nemmeno quello che sta facendo, è così assorbita dal suo mondo che non si può rendere conto di quello che ha fatto. Questa osservazione ci aiuta a comprendere come, una volta che ho cambiato la direzione dell'impulso che genera l'emozione negativa, questa inizia a perdere intensità, ho usato l'energia che potevo sprecare per l'osservazione. E' un esercizio preparatorio ed in esso dobbiamo cercare verifiche di quanto detto.

Spero di esserti stato utile.
A presto,
E.

venerdì 7 marzo 2008

I commentari di Belzebù - progetto traduzione

Nel progetto dei commentari di Belzebù, che sinceramente sembra essere entrato in un intervallo, si è affacciato un testo molto interessante di Bennett che potete scaricare in versione inglese QUI.

E' comunque interessante l'idea di tradurlo per chi non legge l'inglese.
Di seguito l'ultimo capitolo, dove Bennett racconta il suo incontro con G nell'ultima settimana della sua vita.
Se siete interessata partecipare alla traduzione fatevi avanti.
Buona lettura.
E.

Discorsi su I racconti di Belzebù.
di J. G. Bennett


EPILOGO

Il 20 ottobre 1949 mi recai a Parigi. Telefonai per avere notizie di Gurdjieff, mi dissero che era completamente esausto e si era ritirato nella sua stanza. Il taxi dall'aeroporto mi portò attraverso Rue des Acacias e mi fermai e domandai novità a una delle numerose persone li presenti. Quando mi girai vidi Gurdjieff in piedi di fronte al banco della frutta del suo fruttivendolo preferito e quando lo raggiunsi stava ordinando un grande casco di banane "pour les anglais" (per gli inglesi). Era una delle sue prese in giro il raccontare che gli inglesi non avessero banane, e ad ogni visitatore inglese ne dovevano essere date almeno due a pasto.
Camminai con lui alla volta del suo caffè all'incrocio con Rue des Acacias e Avenue MacMahon. Non aveva messo piede fuori di casa da una settimana ed un flusso infinito di mendicanti francesi, e vecchi esuli russi ed armeni si presentavano al suo tavolo a chiedere l'elemosina. Invalidi - un ragazzo paralitico - una donna evidentemente vicina alla disperazione - lo avvicinarono. Poche calme parole di consiglio - alcune medicine - o istruzioni per il dottore - ed essi se ne andavano con un'aria di incoraggiamento e rinata speranza. Alcuni arrivarono e gli diedero una grossa somma di denaro come offerta per una paralisi curata. Fu subito distribuita ai mendicanti. Bambini venivano per le caramelle, e vecchi amici del quartiere per dire una parola di saluto. Tutti riuniti nella speranza che adesso sarebbe tornato forte di nuovo - nessuno sospettava che lo stavano vedendo per l'ultima volta.

L'ultima settimana di Gurdjieff fu così. Fu come se avesse deciso di non lasciare nulla di irrisolto, niente in disordine alle sue spalle. Infatti le settimane che seguirono la sua morte, ci rendemmo conto con crescente stupore della cura meticolosa che aveva avuto per ogni cosa.